Si chiama Salvatore Barone, ha 39 anni, viene da Linguaglossa, ai piedi dell’Etna, e oggi è uno degli chef più rispettati della scena newyorkese. La sua storia è quella di un ragazzo partito con una valigia piena di speranze, che ha trasformato il profumo dei pomodori secchi e il suono della risacca di Taormina in una carriera internazionale.
Dalla Sicilia ai grattacieli
Salvatore lascia la Sicilia a 23 anni con un biglietto di sola andata. Atterra a New York senza contatti, con pochi risparmi e un inglese incerto. Trova lavoro come lavapiatti in un ristorante italiano a Brooklyn. Ma ogni sera, dopo il turno, chiede allo chef di poter osservare. Impara, annota, ripete.
“Ma io cucinavo già prima con mia nonna,” racconta sorridendo, “e quello che avevo era la Sicilia nelle mani, la voglia di raccontarla.”
Il sogno americano con sapore siciliano
Dopo anni di sacrifici, Salvatore riesce a lavorare in cucine importanti, fino a quando, a 32 anni, apre il suo ristorante: ‘Fuoco dell’Etna’ a Manhattan. Un locale da 40 coperti che diventa in pochi mesi punto di riferimento per chi cerca la vera cucina siciliana.
Il piatto più richiesto? La pasta alla norma fatta con ricotta salata inviata ogni mese dalla sua famiglia in Sicilia, e le arancine preparate secondo la ricetta di casa, con uno stufato lento che cuoce per cinque ore.
Il riconoscimento internazionale
Nel 2024 Salvatore riceve il premio “Best Italian Emerging Chef” assegnato dalla New York Culinary Association, e Forbes lo inserisce tra i “30 under 40” dell’enogastronomia americana. Ma lui non dimentica mai le sue radici.
“Ogni piatto che cucino deve parlare siciliano,” dice, “anche se la gente qui mi chiede spesso le fettuccine Alfredo, io rispondo che in Sicilia non esistono, e racconto la storia della mia terra.”
Il futuro: portare la Sicilia a tavola, ovunque
Salvatore ha ora in progetto di aprire una piccola scuola di cucina siciliana a New York, per insegnare ai giovani chef americani i segreti della caponata, del cannolo e dei sapori che sanno di casa.
“Non ho portato solo me stesso qui,” conclude, “ho portato l’Etna, le strade di Catania, il mare di Ortigia. Ogni siciliano nel mondo porta la sua isola ovunque vada, perché un siciliano non parte mai da solo.”